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Il camaleontismo della mafia

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Ho iniziato a scrivere di mafia dal lontano 2008 e, da allora, non mi sono più fermata. Forse perché, da siciliana, l’argomento mi tocca da vicino o forse perché, semplicemente, il mio perenne documentarmi mi ha indotto a rivedere il fenomeno mafioso da più punti di vista e ad acquisire la consapevolezza che la mafia ha cambiato e continua a cambiare pelle.

La mafia di oggi, seppure più silente, non è meno pericolosa rispetto a quella dei decenni passati. Sono cambiate le modalità, ma non è cambiata la sua presenza invasiva in tutti i gangli vitali della nostra società. Una società che si è evoluta e che ha visto crescere, dal secondo dopoguerra in poi, l’economia italiana e internazionale in maniera vertiginosa. Ed è all’economia che le “nuove” mafie puntano. Non è un caso che le mafie italiane si siano spostate sempre più a Nord. Nel corso degli anni, infatti, siamo passati da un’organizzazione criminale che operava soprattutto nel suo territorio a un’organizzazione che si sposta in base ai flussi economico finanziari con sottili linee di confine con la politica e le istituzioni. Le mafie si sono affidate a boss sempre più giovani, agguerriti e violenti. I nuovi boss, difatti, non rispettano solo le rigide regole dell’organizzazioni criminali di cui fanno parte ma, proprio perché figli del loro tempo, spesso e volentieri fanno uso delle nuove tecnologie.

Mafiosi “in gonnella”

Inoltre,come messo in rilievo dalla DIA (Direzione Investigativa Antimafia) le organizzazioni criminali stanno dando opportunità di “carriera” anche alle donne che ultimamente sono riuscite a ritagliarsi un ruolo di primo piano. Questa opportunità di “carriera” alle donne è dovuta a più fattori.

Inizialmente è stata una necessità. Non è un caso che la loro figura sia emersa con l’accrescersi del fenomeno del pentitismo che ha portato alle sbarre numerosi capiclan. Successivamente, pur non essendo affiliate nel senso stretto del termine, le donne hanno iniziato ad assumere ruoli decisionali e determinativi. I dati recenti evidenziano ben oltre cento donne rinchiuse in carceri di massima sicurezza per aver ricoperto ruoli direttivi nelle organizzazioni criminali. Questo dato ci fa comprendere che ormai è superata quella visione prettamente maschile e maschilista dell’ambiente criminale e mafioso in particolare.

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Le mafie etniche

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Infine, non va sottovalutata la presenza sempre più massiccia di diverse “mafie etniche” che conservano una struttura organizzativa definita e una dimensione transnazionale. Queste ultime sono legate soprattutto al fenomeno dell’immigrazione. Le loro attività illecite trovano concretezza in traffici che spaziano dallo sfruttamento di esseri umani, al mercato degli stupefacenti e delle armi, al contrabbando di prodotti contraffatti, etc. etc.

Questi dati non possono non farci allarmare perché mettono in risalto non soltanto un fenomeno in trasformazione e capace di cambiare continuamente pelle, ma un fenomeno in grado di creare rapporti di collaborazione, di reciprocità, con altre mafie. Ed è a queste trasformazioni, a queste forme di camaleontismo, che noi dobbiamo guardare se vogliamo riconoscere le mafie e trovare gli strumenti per contrastare tutte quelle mutazioni che nuocciono alla nostra società e al nostro vivere civile.

Credits © Catena Cancilleri

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