No, non amo scrivere di banalità!
Amo scrivere di cose vere, concrete, reali, perché troppo semplice sarebbe soffermarsi alla superficie e non affrontare la profondità dei nostri abissi interiori. Abissi con cui tutti conviviamo, ma che abbiamo sempre più paura di affrontare perché la società attuale ci impone di essere vincenti, determinati, competitivi. Ed è questa competitività che, gradualmente, ha distrutto le relazioni, i dialoghi empatici, l’accoglienza dell’Altro che viene visto e vissuto come un nemico da abbattere o comunque da sopraffare. Una politica della sopraffazione che viviamo nel quotidiano e che non ci consente di vivere in maniera distesa e serena le nostre fragilità.
Fragilità che possono essere intime, interiori, ma allo stesso tempo esteriori perché sintomo di una malattia. Una malattia che, spesso e volentieri, viene vissuta con maggior sofferenza perché palesa, rende visibili, limiti e paletti facendoli divenire barriere insormontabili. Barriere che diventano muri difficili da scardinare perché grande è il disagio di chi quotidianamente lotta per la sopravvivenza e non riesce a concorrere con quella parte “sana” della società.
Anche se risulta difficile ammetterlo, la società attuale, a parole, sulla carta, accoglie il dolore, la sofferenza, il disagio altrui ma, nella realtà, spesso rilega i malati ai margini perché meno ”produttivi”, meno competitivi, meno affini a quell’immagine di forza e di benessere che quotidianamente vuole trasmettere.
Una forza e un benessere che sono solo apparenti perché malato e marcio è quel sistema che si ferma alla superficie e che non riesce a farsi carico delle fasce più deboli della propria popolazione semplicemente perché è più comodo far finta che la fragilità non esista. Eppure queste fasce deboli esistono, come esistono le criticità del nostro vivere. Un vivere che ci mette sempre a dura prova e che ci chiede di dare ascolto a quelle “debolezze”, a quelle “criticità” che possono trasformarsi nei nostri punti di forza. Perché è forza l’accoglienza del dolore, come è forza tutto ciò che ci induce a ridisegnare il nostro vivere e a renderlo fruibile agli altri.
Accogliere la malattia non significa rassegnarsi al dolore, ma viverlo con consapevolezza. Accogliere la malattia non significa arrendersi alla sofferenza, ma attingere a piene mani da essa per farla divenire fonte di ricchezza. Accogliere la malattia non significa farsi sopraffare dal tormento, ma reagire e opporsi a quell’ipotetico stato di inedia che tende ad annullare la volontà di guardare al futuro. Accogliere la malattia non significa distruggere la nostra capacità di adattamento, ma renderla più viva, più efficace, più ricca. Perché è ricchezza la vita, come è ricchezza tutto ciò che porta alla luce la bellezza delle nostre fragilità. Quest’ultime, infatti, non devono mai essere vissute come fonte di disagio interiore, ma come linfa vitale da cui attingere per far emergere uno degli “elementi” migliori che possediamo: il nostro lato umano.
Credits © Catena Cancilleri
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