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Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità

Sette ragazzi da cui parte un’idea…

Sono ore che mi frulla un’idea per la testa e sono ore che strappo una pagina dietro l’altra (chi mi conosce bene sa che tutte le mie pubblicazioni passano dalla carta). Forse perché l’idea primaria è stata soppiantata da un’altra idea o forse perché, semplicemente, non riesco a mettere ordine in quel caos che è diventato il mio angolo di scrittura in cui tutto prende forma attraverso le parole. Parole che, stavolta, voglio che siano di speranza, di fiducia, e non solo di passiva attesa affinché qualcosa cambi. E così, eccomi qui, a raccontarvi la storia di sette ragazzi (Ugo, Raffaele, Laura, Andrea, Francesco, Daniele e Vittorio) a cui, nel 2004, viene l’idea di aprire una sorta di pub/centro culturale nella Palermo vecchia.

Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità

Sono sette ragazzi qualunque, sette ragazzi che vogliono portare avanti un progetto e pertanto chiedono aiuto a un consulente per comprendere quali spese dovranno sostenere per aprire la loro attività. Il consulente stila loro una lista: luce, acqua, gas, tasse e pizzo. Alla parola “pizzo” tutti e sette i ragazzi sussultano e mettono in risalto il loro diniego. Un diniego che si trasforma in azione perché, dopo lunghe riflessioni, questi sette ragazzi decidono di fare un gesto che potremmo definire quasi infantile: tappezzare un intero quartiere di Palermo di adesivi con la scritta “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità!”. La frase è di Vittorio ed è da Vittorio e dalla sua riflessione che parte tutto, compresa l’idea dell’attacchinaggio notturno. Un attacchinaggio che non prosegue in altri quartieri nelle notti successive perché la mattina dopo il loro gesto, accendendo la tv, i ragazzi scoprono che il comitato dell’ordine e sicurezza di Palermo (ossia questore, prefetto, comandante della finanza e dei carabinieri) si sono riuniti per discutere di un problema di pubblica sicurezza: la comparsa in un quartiere di adesivi che parlano di pizzo.

 

La nascita di Addiopizzo

Come mettono in risalto Pif e Marco Lillo all’interno del loro libro Io posso. Due donne sole contro la mafia, «una semplice verità aveva messo in crisi la città. Visto che i commercianti non avrebbero mai parlato di pizzo così pubblicamente, e men che meno la mafia, chi poteva aver osato? Nessuno pensò a dei ragazzi che non riuscivano ad accettare quello che si era sempre accettato».

Qualche giorno dopo il primo attacchinaggio, avviene un incontro fra le istituzioni e questo impaurito gruppo di intraprendenti provocatori. Ed è in questo contesto che viene l’idea di creare un’associazione antiracket che aiuti chi non ha il coraggio di denunciare perché magari si sente solo. Nasce Addiopizzo, la più significativa associazione antiracket di Palermo che, dal giorno della sua fondazione ha visto costantemente crescere e aumentare i propri iscritti. Iscritti che hanno fatto rete tra loro e che, con forza, non si piegano a quelle regole non scritte, che fomentano e alimentano le mafie…

 

Credits © Catena Cancilleri

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